I limiti del diritto di satira. In memoria di Charlie Hebdo.

SATIRA anagramma di RISATA. In memoria di Charlie Hebdo.

Le drammatiche e tumultuose notizie dopo la strage di Parigi impongono le seguenti riflessioni, non emotive, sul significato di libertà di stampa e di satira.

La satira è quel tipo di critica, espressa per di più in forma letteraria, che spazia dal sarcasmo alla caricatura e serve, fin dai tempi antichi, a ridimensionare i  personaggi noti e/o potenti della vita quotidiana. Essa può essere anche mordace fino all’invettiva, ma non deve sfociare nell’insulto o risolversi nell’offesa gratuita. La satira è anche espressione artistica, in modo particolare la vignetta, che si propone quale metafora caricaturale per fare ridere. Anche negli ordinamenti a democrazia più o meno evoluta, quindi, ha dei limiti dettati da riferimenti costituzionali non meno importanti della libertà di pensiero e di stampa, che sono i diritti della persona, il rispetto dell’identità e dell’onore dei personaggi messi alla berlina dell’opinione pubblica.

Questa definizione rispecchia quella giuridica del “diritto di satira“, che insieme al diritto di cronaca e al diritto critica è il sale della democrazia nei moderni Stati di diritto. Se poi pensiamo che SATIRA è l’anagramma di RISATA… comprendiamo e ricordiamo meglio questa sua funzione, socialmente e politicamente importante.

Vorrei ricordare anche che il diritto è figlio della morale, nasce proprio dalla realtà fattuale (ex facto oritur jus, dicevano gli antichi) di un’etica condivisa (e che già abbiamo tutti in animo secondo Immanuel Kant) che vuole farsi imperativa attraverso le norme poste (il diritto positivo, ovvero posto alla comunità attraverso le leggi).

Dico questo perché il barbaro attentato di Parigi e la strage nella redazione di Charlie Hedbo, è avvenuto proprio su uno dei simboli della democrazia, la satira, la quale relativizza tutto, anche in modo irriverente, per far emergere l’humanitas  che accomuna tutti gli esseri umani, anche dei soggetti potenti e “intoccabili”.

La strage di Parigi ha messo tutti d’accordo, o quasi, nell’etichettarsi della frase “Je suis Charlie“, con varie manifestazioni in giro nelle piazze, in segno di solidarietà con i giornalisti uccisi e nel nome della libertà di espressione del pensiero, ad iniziare proprio dove tale libertà è nata, grazie alla Rivoluzione Francese e all’Illuminismo.

Questa grande indignazione di massa stride però con il fatto che nessuno scatenamento di giornalismo, nessuna indignazione avviene invece per le morti silenziose e per le stragi anonime di bambini, donne, vecchi in Afghanistan, in Iraq, in Siria, a Gaza e nelle altre parti del mondo.

Anche queste stragi, più gravi per il numero delle vittime, sono dovute ai fondamentalismi che negano la libertà (non solo di parola), opprimenti, odiosi, assassini; anche questi massacri sono il prodotto delle idolatrie e, in ultima analisi, della religione. Perché la religione, con il suo etimo di religio, legare, rinsaldare, è un aspetto fondamentale della dimensione comunitaria di un popolo e delle diverse culture umane.

Rendiamoci allora conto che nessuna satira, nessuna irrisione può cancellare questo, nessun sarcasmo può nascondere tutto ciò. Neppure quando, invece che far sorridere e riflettere, offende. E i giornalisti, di queste guerre di religione, di queste stragi che avvengono nel mondo, dovrebbero parlare, dovrebbero scrivere, anche senza satira ma esercitando il solo diritto (e dovere) di cronaca.

Qui si tratta di morti ammazzati e il rispetto della sacralità della vita non è di matrice religiosa, ma di matrice illuministica, e quindi dello Stato di diritto, ispirato alla cooperazione e alla solidarietà sociale.

Così anche i diritti umani, riconosciuti dalle Costituzioni e dalle Dichiarazioni universali, sono figli della libertà di espressione e di stampa, a loro volta figlie  della Rivoluzione Francese. Per questo è giusto dire “Je suis Charle”, soprattutto come inno alla vita contro la barbarie omicida. Ma non dimentichiamo che la satira, fin dall’antichità è servita e serve a demistificare i potenti, per il progresso della democrazia, non a offendere i popoli e le culture che a tale conquista non sono ancora arrivati: costoro sono le vittime, non sono i potenti.

Potrei capire se fosse stato irriso o si irridesse qualche capo di Stato dittatoriale, mostrando coraggio e solidarietà con i governati oppressi, ma qui si irride e si sberleffa una religione, con una “satira” fine a se stessa, il più delle volte volgare e che prende di mira il profeta di questa religione, simbolo di appartenenza dell’intera comunità islamica.

Leggo su Facebook e su alcuni quotidiani alcune voci fuori dal coro, di chi “Je NON suis Charlie“: scrivono che il teatrino dello ‘scontro di civiltà’ messo in piedi a Parigi dopo la strage costituisce una potente diversione ad uso dei poteri dominanti e dei moderni colonizzatori. Magari per farci dimenticare, nell’attuale periodo storico buio per l’economia, in cui l’accumulo di capitale fa da padrone su tutto (> capitalesimo, il nuovo feudalesimo dell’economia mondiale), la progressiva erosione delle risorse ambientali e la subdola rapina della nostra terra e delle nostre ricchezze di nazione.

In queste voci fuori dal coro colgo allora il seguente monito: attenzione a non fare il gioco di costoro, di coloro cioè che ci governano ma non ci amano, con il risultato da loro sempre atteso: meno democrazia, meno libertà, meno illuminismo, meno cultura, più spese militari, più spese di polizia, più controllo delle frontiere:  come già si sente dire anche a proposito del trattato di Schengen, che andrebbe sospeso o abolito.

La vera battaglia contro la violenza fondamentalista si fa con la cultura, dando spazio alla laicità, sulla base di una netta separazione tra Stato e religione, che garantisce l’affermazione dei diritti umani, altrimenti schiacciati da ogni teocrazia, che per sua natura è fondamentalista, sessista, omofoba e patriarcale.

Lasciamo allora ogni ipocrita emotività e ogni ipocrisia emotiva: proviamo a ragionare, senza dimenticare quelle voci laiche, atee e agnostiche –  anche del mondo musulmano – che affermano questa imprescindibile conquista di convivenza civile: nell’ottobre dell’appena trascorso anno si è svolto a Londra il congresso Secular Conference, veramente grandioso per presenza e livello culturale, con l’obiettivo di affermare la laicità nel mondo e, in particolare, nella comunità islamica.

Quelle voci di intellettuali e di persone semplici, di musulmani ma impegnati nella laicità, lì riuniti, hanno affermato, e affermano ancora, che il terrorismo e la violenza si affrontano promuovendo il dialogo e il confronto tra diverse culture  in un’ottica di armoniosa condivisione, al di là di ogni idolatria e di ogni fideismo. Ma anche al di fuori di ogni denigrazione e inopportuno sarcasmo.

In gioco ci sono ora un mondo in cui si può discutere di tutto e un altro nel quale si muore per il reato di blasfemia. Ma dobbiamo egualmente  tentare, possibilmente senza vignette dissacratorie e volgari.

Chiunque rispetti l’umanità deve impegnarsi per l’abolizione (non del trattato di Schengen ma) dei confini del pensiero, dei dogmi, anche tramite una critica severa e una satira non offensiva né denigratoria, che irrida ma che faccia veramente, e rispettosamente, ridere.

Milano, 17 gennaio 2014                                                         avv. Giovanni Bonomo  

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