Kalòs kai agathòs, ovvero “bello e buono”

L’attributo con cui i Greci erano soliti indicare l’uomo ideale era kalòs kai agathòs, che significa bello e buono, quindi l’aspetto fisico era posto sullo stesso piano di quello morale e l’uno non era completo senza l’altro; questa fu una concezione diffusa in tutto il mondo antico e che trovò in Grecia la sua massima espressione. La forza, la bellezza e l’armonia erano virtù di una persona almeno quanto l’intelligenza e la bontà d’animo, tanto che tutti gli eroi epici, da Omero in poi, vengono presentati come kalòi kai agathòi e in ogni poema sono presenti gare sportive la cui vittoria dà ai protagonisti lo stesso prestigio di una vittoria in una battaglia.

Anche la politica era permeata di bellezza: l’ideale aristocratico della kalokagathia significava infatti che l’essere “buono” (valoroso, ben nato, ben educato) non poteva essere disgiunto dall’esser bello (armonioso, nobile, splendente di gloria). Gli dei, i semidei, gli eroi, gli uomini che il mito e la storia ci tramandano, che la poesia e la statuaria ci consegnano, sono belli perché, nel loro corpo, partecipano della misura divina del mondo. Una bellezza, dunque, al tempo stesso individuale e collettiva, soggettiva e oggettiva, naturale e umana.

Kalòs kai agathòs

La potenza del bene si è rifugiata nella natura del bello” scriveva Platone. La bellezza del fisico corrisponde, insomma, alla perfezione morale (kalokagathia). L’attività atletica diventa un elemento di basilare importanza nell’educazione, accanto all’insegnamento delle discipline intellettuali. Lo sviluppo di un’armoniosa muscolatura, l’agilità, la destrezza fisica e l’attività ginnica in generale erano considerati sullo stesso piano e con lo stesso valore delle attività intellettuali. Sorgono e si moltiplicano in tutte le società greche appositi edifici, ginnasii, necessari ed indispensabili per una corretta educazione (paideia) dei giovani.

Il concetto greco non può che riflettersi nelle sculture della grecità e in quelle del Rinascimento italiano. Sconcertante è quindi constatare come oggi in Italia, nazione che più di ogni altra, dopo la Grecia classica, ha esaltato questo aspetto nell’arte, e che ospita i 2/3 del patrimonio culturale e artistico del mondo, vige un modo di pensare, soprattutto in politica, che è lontano anni luce dal concetto di kalòs kai agathòs. Questo perché la cultura italiana risente del predominio del kakov (brutto e cattivo) derivato da una visione materialistica e nichilista immessa da una “certa” cultura post-bellica degli anni 50 del secolo scorso. Ancora oggi si trovano persone di sinistra che, essendo invidiose e frustrate, vorrebbero tutti poveri, brutti e infelici. Per fortuna lo stesso Fidel Castro, ultimo baluardo del comunismo, ammise con un discorso tanto inatteso quanto inevitabile, il fallimento di tale ideologia.

Ma il retaggio di tale modo di pensare lo troviamo ancora in un arte rappresentativa e di “avanguardia” che si rivela povera e negatrice della kalokagathia. Per questo dicevo, nei miei precedenti scritti, che bisogna riscoprire la bellezza nell’arte ripercorrendo gli antichi parametri del kalòs kai agathòs. A me pare di scorgere i segnali di ripresa di questo “nuovo Rinascimento”, ai quali dedico, come promotore culturale, la massima attenzione.

avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.                             Milano, 15 febbraio 2016

 

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